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Peacock, film di stupefacente bellezza e di straziante impatto, segna la scoperta di un nuovo grande regista cinese. Gu Changwei è noto come direttore della fotografia di molti dei capolavori fondamentali della Quinta Generazione di registi cinesi, come Addio mia concubina di Chen Kaige (1993) e Ju Dou di Zhang Yimou (1989). Peacock, il suo primo film da regista, è una rievocazione storica su larga scala, uno sguardo alla Cina alla fine della Rivoluzione Culturale.
Il film narra tre storie consecutive, ciascuna dal punto di vista di uno di tre fratelli, cresciuti in una famiglia molto anomala. La sorella - in una grande interpretazione che dovrebbe fare una star dell’esordiente Zhang Jingchu - è una spostata sognante, imprigionata in una vita incolore governata da genitori opprimenti che non la capiscono. Le sue fantasie compensative di fuga entusiastica e la sua lotta disperata per un qualche tipo di sopravvivenza spirituale costituiscono il cuore emotivo e passionale del film. Completano il racconto le storie del fratello maggiore (Feng Li), mentalmente handicappato ma fondamentalmente concreto, e del fratello minore, un sognatore nichilista (Lu Yulai). Le vicende dei tre fratelli si intrecciano in vividi ritratti di sentimento, lavoro, sesso, musica e famiglia. Il tutto è tenuto insieme dalla capacità di Gu e del direttore della fotografia Yang Shu di creare inquadrature strabilianti sul piano formale e immagini di perfetta bellezza.
Non si tratta però di nostalgia per un passato immaginario irrecuperabile. Piuttosto, il film si impegna profondamente a cogliere un momento di trasformazione, quando la Cina, che stava venendo fuori dal caos collettivizzato della Rivoluzione Culturale, sembrava offrire l’opportunità di crearsi un’identità privata e costruire un proprio mondo. Il film bilancia l’affetto per la stranissima bellezza di questi nuovi spazi privati disponibili riconoscendo allo stesso tempo la tristezza disperata della loro evanescenza e fragilità. |