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  Patrick Tam
Uncle's Paradise
Regia: Imaoka Shinji
Anno: 2006
Durata: 64' min

Stato: Giappone


Teatro Nuovo Giovanni da Udine
Martedì 24 Aprile, 00:15

I film ”pink” giapponesi rappresentano una specie di ritorno al passato nell’epoca dell’hardcore istantaneo su Internet. Girati in 35mm, con storie ben sceneggiate, personaggi correttamente sviluppati e scene di sesso solo simulato (di solito una ogni dieci minuti, anche se la tempistica può variare), i film “pink” vengono proiettati in sale decadenti nei quartieri cittadini del divertimento. La clientela è composta perlopiù da persone di mezza età e oltre; sebbene alcuni di essi diventino fan di determinate attrici, quasi nessuno fa attenzione al regista.

Invece di rassegnarsi a fabbricare il loro prodotto come se fosse una sfilza di salsicce, alcuni registi di “pink” hanno approfittato della natura accomodante del loro pubblico per sperimentare, a volte in modo più audace e fantasioso dei loro colleghi “convenzionali”. Uno di loro è Imaoka Shinji, che ha lavorato per l’industria “pink” per quasi vent’anni e, da quando è diventato regista per la compagnia Kokuei nel 1995, ha raggiunto una posizione di primo piano, tanto che i suoi film vengono proiettati nelle sale normali in Giappone e ai festival cinematografici all’estero.

Il suo dodicesimo film, Uncle’s Paradise (Ojisan Tengoku, 2006) conterrà pure le immancabili scene di sesso, a volte mostrate in media res e assolutamente senza preliminari, ma la storia è un bizzarro andirivieni tra sogno e realtà, piaceri terreni e tormenti diabolici - in un vero e proprio inferno.

Ci sono dei precedenti per questo genere di film nel cinema giapponese, come il classico Hell (Jigoku) di Nakagawa Nobuo, del 1960, il cui terzo atto è dedicato a una visita guidata della versione buddhista dell’Ade, con tanto di fiori di loto e lago rovente. Imaoka, però, ha dovuto creare il suo inferno a budget zero: la sua anticamera dell’inferno è la hall di un hotel dell’amore con lo stesso Satana (o come lo chiamano in Giappone, Emma-sama) a presidiare il bancone. 

Siamo ovviamente nel grottesco, ma Uncle’s Paradise non è esattamente una parodia del genere; è piuttosto una visione bizzarra e zoppicante della lascivia di un maschio di mezza età, portata ai suoi illogici (e orribili) estremi. Il protagonista, lo “zio” del titolo, non si porta il sesso solo nel cervello ma anche nella vita onirica - finché il sesso arriva fino a invadere la sua vita reale, sotto forma di una “donna del sogno” dal volto pallido (Sasaki Yumeka, ospite del Far East Film nel 2002). 
Il primo sogno del film però appartiene a Haruo (Yoshioka Mutsuo), un tipo con l’aspetto di un ragazzo che lavora in una fabbrica di prodotti per la nautica al porto di Kurume. Ma sogna di pescare, non di scopare. Ben presto, comunque, ci viene presentata la collega e fidanzata di Haruo, la formosa Rika (Aoyama Minami).

Poi  Haruo riceve una visita indesiderata, da parte dell’eccentrico e irascibile zio Takayama Takashi (Shimomoto Shiro), il quale racconta al nipote di avere degli incubi in cui fa sesso con la stessa donna, che ogni volta si rivela essere un cadavere. Per evitare di addormentarsi, tracanna una famosa bevanda tonica (viene da chiedersi se la Kokuei non abbia firmato un contratto di product placement con il produttore).

Sebbene non abbia soluzioni mediche per il dilemma dello zio, Haruo lo spinge a cercarsi un lavoro. Malgrado la sua età avanzata (che in termini di impiego per il Giappone significa più di 35 anni), Takashi viene assunto come fattorino di una pizzeria e si innamora ben presto di una collega, l’alta e sensuale Shiho (Hirasawa Rinako).  Quando Shiho simpatizza con lui, dopo un incidente di moto causato dalla sua stessa negligenza, l’impulsivo Takashi le salta addosso nell’ufficio della ditta, e inizia uno dei numeri sessuali più strani nella storia dei film “pink”. Non molto tempo dopo, in un emporio, egli incontra la sua “ragazza dei suoi sogni”, venuta a reclamarlo dalle profondità infernali. 

Shimomoto Shiro, attore veterano dei “pink”, interpreta Takashi come un tipo comicamente commiserevole, mezzo sconvolto dalla insonnia che si è autoinflitto e dal suo inesauribile impulso sessuale; ma allora perché il titolo “Il paradiso dello zio”? Aspettate prima di vedere che tipo di “punizione” ha in serbo l’inferno - possibile solo nel mondo del cinema “pink” e nell’immaginazione bacata di Shinji Imaoka.

Mark Schilling

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